Esagerare con l’alcol aumenta il rischio di Alzheimer

dal Corriere della Sera. Di Cristina Marrone

alcolBere tanto e spesso può aumentare il rischio di sviluppare demenze e Alzheimer. Il legame è stato dimostrato in un grande studio pubblicato su Lancet Pubblic Health da un team internazionale di ricercatori franco-canadesi che hanno analizzato le abitudini e lo stato di salute di oltre un milione di francesi ricoverati tra il 2008 e il 2013 .

Il rischio di demenza precoce
Più di un terzo, il 39% dei 57.000 casi di demenza precoce (diagnosticata prima dei 65 anni) sono risultati direttamente correlati al consumo di alcol e complessivamente è emerso che le persone alcolizzate hanno un rischio di tre volte più alto di sviluppare qualunque tipo di demenza . La dottoressa Sara Imarisio, responsabile della ricerca presso l’Alzheimer’s Research in Gran Bretagna intervistata dal Guardian ha spiegato: «Lo studio ha esaminato solo persone ricoverate per alcolismo e per questo non rivela con completezza il legame tra consumo di alcol e rischio di demenza. Ricerche precedenti hanno comunque rilevato che anche un consumo moderato di alcolici può avere un impatto negativo sulla salute del cervello e le persone non devono pensare che solo bere fino a finire in ospedale comporti un rischio».

I fattori di rischio oltre all’alcol
Secondo i ricercatori che hanno condotto lo studio i disturbi legati all’alcol sono stati un importante fattore di rischio per l’insorgenza di tutti i tipi di demenza, in particolare di quella a esordio precoce e suggeriscono che lo screening sul consumo di alcol dovrebbe rientrare nelle normali cure mediche. Ma quali sono i punti di contatto tra alcol e demenza? Certamente il danno cerebrale causato dall’alcol. Ma chi beve spesso fuma, ha il diabete, è iperteso, tutti fattori di rischio per le demenze. Infine chi soffre di alcolismo ha spesso patologie psichiatriche, anche queste legate a un maggior rischio di demenza.

La neurotossicità dell’alcol
«Da tempo sappiamo che l’alcol è neurotossico, la carenza di tiamina negli alcolisti devasta la memoria e condizioni legate all’alcol come la cirrosi e l’epilessia possono danneggiare il cervello. Ma anche il consumo eccessivo di alcol, vediamo ora, è un importante fattore di rischio di demenza» ha commentato Robert Howard, professore di psichiatria geriatrica alla College University di londra.

Il danno al cervello è irreversibile
Lo studio però non ha analizzato gli effetti sulla demenza dei bevitori moderati anche se la ricerca ha dimostrato che il danno fatto a cervello dall’alcol è irreversibile. I bevitori accaniti che per un certo periodo avevano rinunciato all’alcol non hanno ridotto il rischio di demenza, anche se avevano meno probabilità di morire presto. «È sorprendente che il livello del rischio di demenza dei forti bevitori sia più o meno lo stesso in coloro che per un certo periodo hanno smesso di bere» ha dichiarato l’autore principale dello studio , il dott. Michaël Schwarzinger della Translational Health Economics Network in Francia . Tutto questo è comunque in linea con un altro studio pubblicato sul British Medical Journal l’anno scorso che ha evidenziato come coloro che hanno bevuto 14-21 bicchieri di vino alla settimana hanno sviluppato un rischio di tre volte superiore di danneggiare la parte del cervello interessata alla memoria.

Gli altri studi
Sul tema però non c’è sufficiente chiarezza nel mondo scientifico perché recentemente uno studio (su topi) dell’Università di Rochester Medical Center (URMC) pubblicato su Scientific Reports ha evidenziato come bere due bicchieri di vino al giorno (quindi consumo moderato). non solo riduce il rischio di malattie cardiovascolari e tumori, ma sarebbe protettivo dell’Alzheimer e del declino cognitivo. In precedenza un altro studio dell’Università di Valencia e pubblicato sul Journal of Alzheimer’s Disease aveva concluso che l’alcol protegge dall’Alzheimer, soprattutto tra donne e non fumatori che bevono in modo leggero e moderato. Certo in questi casi il consumo era moderato, ma resta la confusione. Per Michaël Schwarzinger però si trattava di piccoli studi e conferma che l’alcol è devastante per l’uomo: «Bere fa male al fegato, al cuore e alle reni. Ora possiamo aggiungere alla lista anche il cervello»

Pubblicità

Musicoterapia contro le demenze, funziona ma ancora poco diffusa

Musicoterapia demenza

LA MUSICA, ascoltata, suonata o cantata rappresenta uno strumento terapeutico anche nelle demenze. Ma questa opportunità non è ancora esplorata appieno. Uno studio inglese, infatti, condotto dal think tank dell’International Longevity Centre e dall’ente di beneficenza Utley Foundation, fa vedere come la musicoterapia – che va dall’ascolto a diverse forme di interazione musicale del paziente – non sia sfruttata al massimo delle sue potenzialità. In base ai dati dello studio, infatti, nel Regno Unito soltanto il 5% delle case di cura con persone affette da demenza fornisce un accesso adeguato a musica ed arte. Un dato che secondo l’esperto di musicoterapia Marco Iosa, della Fondazione Santa Lucia, ricalca verosimilmente anche la situazione italiana. Nonostante una mole crescente di ricerche e progetti indichino la validità di queste terapie per aiutare la memoria e ridurre l’agitazione associata alla demenza.

I BENEFICI
Dall’analisi effettuata nello studio emerge che le aree cerebrali associate alla memoria musicale subiscono un danno minore rispetto ad altre zone associate alla memoria. Così, anche pazienti con una grave compromissione delle aree cerebrali riescono comunque a godere delle melodie e a trarne giovamento, sia a livello cognitivo che psicologico. “Così – spiega Iosa, ricercatore in neurofisiologia alla Fondazione Santa Lucia IRCCS – mediante la musicoterapia, nel paziente con demenza che ha perso buona parte dei suoi ricordi, si potenzia la memoria sfruttando un percorso cerebrale alternativo rispetto a quello più tradizionale”. Il percorso è quello delle aree cerebrali associate alla memoria musicale, che ad esempio nell’Alzheimer risultano maggiormente preservate. Tramite lo stesso meccanismo, prosegue l’esperto, anche il linguaggio e la capacità di articolare il discorso può trarre beneficio dall’ascolto di canzoni care al paziente, che ad esempio possono contenere parole o espressioni a lui familiari, che lui può ripetere con maggiore facilità. “Addirittura – spiega Iosa – in assenza di patologie, la capacità di suonare uno strumento sembra rappresentare un fattore prognostico positivo associato ad un minor rischio di sviluppare queste malattie”. Così, imparare a suonare uno strumento, fin da giovani o anche all’esordio della demenza – diventano armi contro il deterioramento cognitivo in età avanzata.

Ma non solo la sfera cognitiva trae beneficio della musicoterapia. “Questi interventi – spiega Iosa – agiscono anche su aspetti psicopatologici associati alle demenze, riducendo stati di depressione e ansia, nonché l’agitazione sperimentata dal paziente”. Le demenze, infatti, sono spesso accompagnate da sintomi racchiusi nella sigla Bpsd (Behavioural and psychological symptoms of dementia), che includono anche comportamenti aggressivi, vocalizzazione anomala e forte agitazione. In questo caso, aggiunge il ricercatore, la musica ha una funzione, proprio come un farmaco, di stabilizzatore umorale, favorendo anche una migliore interazione sociale del paziente.

UN PROGETTO ITALIANO
Se nel Regno Unito solo 5 pazienti con demenza su 100 hanno un buon accesso alla musica e all’arte, in Italia la situazione è probabilmente simile, secondo Iosa. “La musicoterapia – spiega il ricercatore – ha ha dato prova di essere efficace in diverse patologie, tuttavia mancano ancora altri studi strutturati sull’impatto di questi trattamenti nelle varie malattie”. La mancanza di linee guida e indicazioni istituzionali rispetto all’uso della musicoterapia, prosegue Iosa, pone ancora un freno all’uso di questo strumento.

MUSICA ANCHE PER LE ALTRE MALATTIE
Tuttavia, vi sono alcuni progetti che sfruttano la musicoterapia in diverse malattie, non solo nelle demenze. “Nei pazienti che hanno avuto un ictus – illustra Iosa – proponiamo l’ascolto di brani e l’interazione del paziente che ha un danno cognitivo-motorio”. Si tratta di un progetto, coordinato dal professor Alfredo Raglio, chiamato Sonic Hand e realizzato dalla Fondazione Maugeri di Pavia insieme alla Fondazione Santa Lucia. In questo caso il musicoterapeuta può essere un fisioterapista con una specializzazione in musicoterapia. La melodia, la velocità, l’intensità e il ritmo della musica vengono modulate in base a come il paziente muove la mano, spiega Iosa. “In pratica – chiarisce l’esperto – un sensore registra i movimenti della mano e produce suoni che si possono associare a questi movimenti. Ad esempio, se il paziente apre la mano si sente un suono che via via aumenta in volume, mentre se vengono mosse le dita viene riprodotto un suono che somiglia allo strimpellio della chitarra”. In questo modo, illustra il ricercatore, si seguono e potenziano le capacità cognitivo-motorie del paziente, che ad ogni movimento della mano riceve un rinforzo positivo. “E questo è molto importante – conclude il ricercatore – dato che così la persona risulta più partecipe durante la sua riabilitazione e cognitivamente coinvolta nella sua riabilitazione”. Insomma, utilizzare interventi terapeutici basati sulla musica diventa una risorsa sia per il paziente che per il terapeuta.

(da Corriere Salute – di Viola Rita – http://bit.ly/2E7YwwD)

In studio un vaccino rivoluzionario che potrebbe prevenire ed invertire il decorso della malattia di Alzheimer

Il vaccino è pensato per innescare gli anticorpi che proteggono il sistema immunitario dall’Alzheimer. Se avrà successo potrebbe trasformare il modo in cui i medici trattano le persone già malate e offrire un nuovo modo per proteggere le persone a rischio, Le attuali opzioni di trattamento per la malattia di Alzheimer (AD) sono limitati a farmaci che riducono i sintomi della demenza, ma non arrestano la malattia neurodegenerativa. I farmaci disponibili includono tre inibitori dell’acetilcolinesterasi (donepezil, rivastigmina e galantamina) e un inibitore della N-metil-D-aspartato (NMDA) recettore (memantina).
Tuttavia, nessuna classe di farmaci è pensato per alterare in modo significativo i percorsi causati da AD. Visti i profili demografici del rapido invecchiamento in molte aree del mondo, dei nuovi interventi terapeutici per AD sono urgentemente necessari che possano rallentare o forse anche prevenire la progressione della malattia, idealmente questi trattamenti potrebbero ripristinare la normale funzione cerebrale.

Una nuova ricerca sul vaccino AN-1792, ha mostrato un promettente successo negli esperimenti sui topi transgenici evitando gli effetti collaterali di infiammazione che si presentarono nella sperimentazione di fase 2 aprendo nuove possibilità di sperimentazione sull’uomo. I topi transgenici sono stati geneticamente modificati per sviluppare i depositi di proteine caratteristici chiamate placche amiloidi visti nel cervello delle persone affette da Alzheimer, che distruggono parti del cervello vitali per la memoria. Il vaccino agisce stimolando il sistema immunitario a produrre grandi quantità di anticorpi anti-β-amiloide.

Il vaccino AN-1792 è stato la prima strategia dell’immunoterapia attiva per la malattia di Alzheimer, una scoperta sorprendente che ha avviato il campo dell’immunoterapia per AD, i ricercatori presso Elan hanno dimostrato che con la vaccinazione attiva vengono generati anticorpi anti-Aß.
La vaccinazione ha portato sia alla prevenzione della formazione di nuovi depositi di amiloide sia all’eliminazione di quelli esistenti nel cervello dei topi transgenici che sovra-esprimono AßPP. Questi effetti terapeutici in assenza di effetti collaterali negli animali hanno portato alla rapida apertura di Elan a studi clinici del vaccino denominato AN-1792. Gli studi clinici di AN-1792 sono stati interrotti in fase II a causa dello sviluppo di un’infiammazione del cervello che poi si è rivelata una meningoencefalite asettica in circa il 6% dei pazienti vaccinati.
E’ stato successivamente scoperto essere a causa di uno stimolo di AN-1792 ad una risposta immunitaria pro-infiammatoria, T helper (Th) 1-type.
Questa scoperta ha indotto i sviluppatori del vaccino a tentare di generare risposte immunitarie che sono puramenteumorale o che coinvolgono uno stimolo Th2 piuttosto che Th1.

Dopo che la sperimentazione di fase 2 fù interrotta seguì un lungo periodo di follow-up dei pazienti immunizzati con AN-1792 http://www.ncbi.nlm.nih.gov/pmc/articles/PMC2825665/ mostrando una significativa riduzione del declino funzionale rispetto ai pazienti trattati con placebo, ecco il perche dell’importanza del recente studio http://www.ncbi.nlm.nih.gov/pmc/articles/PMC4075150/ dove evitando effetti collaterali infiammatori mostra come l’immunoterapia attiva sia una delle strategie più promettenti per prevenire o curare la malattia di Alzheimer, un ulteriore studio pubblicato su Nature mostra come una risposta immunitaria anti-infiammatori Th2 ha capacità di inibire l’accumulo di amiloide e prevenire la disfunzione cognitiva  http://www.nature.com/srep/2015/150114/srep07771/full/srep07771.html

La depressione spia di demenza

La depressione può essere una “spia” dello sviluppo a lungo termine di alcune malattie cronico- degenerative, in particolar modo del morbo di Alzheimer. Ma a incidere sul deterioramento cognitivo e le demenze sono anche altri fattori di rischio, come malattie cardiovascolari, diabete, ipertensione. I principali esperti mondiali ne hanno discusso durante la conferenza internazionale “Memory in the Disease Brain”, svoltasi a Roma, organizzata dalla Pontificia Accademia delle Scienze col coordinamento scientifico di Roberto Bernabei, direttore del Dipartimento di Geriatria e Neuroscienze del Policlinico Gemelli di Roma. Col progressivo invecchiamento della popolazione, le demenze stanno diventando – e lo saranno sempre più nei prossimi anni – un problema di sanità pubblica. Secondo stime dell’Organizzazione mondiale della Sanità e dell’Alzheimer’s Disease International, nel 2013 le persone con demenza in tutto il mondo erano 44 milioni (nel 2010 se ne stimavano 35 milioni), con una previsione di raggiungere i 76 milioni nel 2030. In Italia si stima che la demenza colpisca oltre un milione di persone, e di queste circa 600 mila soffrano della forma più diffusa, la malattia di Alzheimer.

Il ruolo della depressione

Una recente review su 23 studi ha messo in evidenza la relazione depressione e demenza: su oltre 50 mila anziani, quelli che avevano una diagnosi di depressione avevano una possibilità doppia di sviluppare demenza e il 65% in più di avere l’Alzheimer. «L’ipotesi che si fa è che curando la depressione possa diminuire l’incidenza di demenza e che gli antidepressivi non siano una terapia per l’Alzheimer, ma rappresentino una forma di protezione – spiega Marco Andrea Riva, del Dipartimento di Scienze farmacologiche e biomolecolari dell’Università di Milano – . Il trattamento della depressione ha infatti un effetto sia sul recupero del “funzionamento” individuale e sociale dell’individuo che di stimolo sulla plasticità cerebrale e la creazione di nuove connessioni».

Bassa scolarizzazione

Durante la conferenza è stata presentata una ricerca condotta da Laura Fratiglioni, direttore dell’Aging Research Center al Karolinska Institutet di Stoccolma. Il Kungsholmen Project ha studiato la popolazione anziana di un quartiere della capitale svedese: 1.810 persone con più di 75 anni arruolati nel 1987 e controllati ogni 3 anni. Ebbene, lo studio conferma che sono soprattutto le donne più a rischio di demenza. «Il dato che più sorprende è che la scarsa scolarizzazione è inversamente proporzionale al rischio di sviluppare una qualche forma di demenza – fa notare Fratiglioni – . L’effetto “protettivo” di una scolarizzazione avanzata può perfino controbilanciare il rischio genetico». In particolare, il gruppo di persone con un percorso scolastico tra due e sette anni era a maggior rischio di presentare deficit cognitivi già a 65 anni. «Questo dato suggerisce l’importanza delle prime due decadi di vita nello sviluppo di un cervello ricco di neuroni e dotato di plasticità, ovvero la capacità di creare connessioni tra le varie cellule nervose. Un vantaggio che sembra avere effetti a lungo termine» commenta l’esperta.

Prevenire si può

Ma come mantenere il cervello in buona salute il più possibile? «Bisogna pensarci già a partire dai 30-40 anni – suggerisce Fratiglioni – . Studi documentano che la prevenzione delle malattie cardiovascolari, come pure dell’ipertensione, del diabete, dell’obesità, della sindrome metabolica, contribuisce a prevenire anche le demenze a lungo termine. Quindi, oltre a curare adeguatamente queste malattie, valgono le solite raccomandazioni: stili di vita corretti, dall’alimentazione all’attività fisica, eliminando il fumo e l’eccesso di alcol. E poi: essere attivi socialmente, mentalmente, fisicamente». Insomma, tenere allenato il fisico, muovendosi o, per esempio, iscrivendosi a un corso di danza o di ginnastica, ma anche la mente col classico cruciverba o leggendo libri, e poi coltivare le relazioni sociali.

Salute, attenzione ai farmaci da banco: aumentano il rischio demenza

Antistaminici, antidepressivi e farmaci per l’incontinenza urinaria sono solo alcuni che se assunti in dose eccessive e prolungate sono causa di ritardi nell’attività cerebrale.

Svariati farmaci che si prendono anche senza prescrizione medica e il cui utilizzo e’ molto diffuso tra gli anziani aumentano il rischio di Alzheimer e altre forme di demenza, specialmente  se sono presi in dosi elevate e frequenti: si tratta di un certo tipo di farmaci che hanno un’azione negativa sull’ acetilcolina, una sorta di messaggero chimico cerebrale. Nella fattispecie, alcuni antistaminici (quelli a base di Difenidramina Cloridrato), antidepressivi e farmaci per l’incontinenza urinaria. Lo rivela un ampio studio unico nel suo genere per accuratezza, durata e dimensioni, pubblicato sulla rivista JAMA Internal Medicine che ha preso in esame molte medicine con in comune il cosiddetto ‘effetto anticolinergico’, cioè vanno ad annullare nel tempo la funzione dell’ aceltilcolina. Lo studio e’ stato condotto da Shelly Gray della University of Washington che ha tracciato quasi 3.500 anziani che partecipano alla ricerca “Adult Changes in Thought” (ACT). “Gli anziani – spiega Gray – dovrebbero essere consapevoli del fatto che molti medicinali, inclusi molti farmaci da banco che non hanno bisogno di ricotta medica come alcuni sonniferi, hanno un forte effetto anticolinergico”. Queste persone dovrebbero a maggior ragione comunicare al proprio medico tutti i farmaci da banco eventualmente assunti. Tra i farmaci che possono aumentare il rischio di Alzheimer ci sono gli antidepressivi cosiddetti ‘triciclici’ come la doxepina che e’ usata anche per l’eczema; alcuni antistaminici (quelli contenenti Difenidramina Cloridrato), farmaci per l’incontinenza urinaria (antimuscarinici). Lo studio stima che persone che prendono almeno 10 milligrammi al giorno di doxepina, o 4 milligrammi al giorno di Difenidramina, o 5 milligrammi al giorno di ‘ossibutinina’ (contro l’incontinenza) per piu’ di tre anni di terapia hanno un rischio maggiore di sviluppare una demenza.

Alzheimer: astinenza dal fumo, dieta sana, attività fisica riducono il rischio d’insorgenza

Lo rivela il nuovo Rapporto Mondiale Alzheimer 2014. Lo studio sollecita anche che che la demenza sia inserita nei Piani nazionali di salute pubblica. «Sarebbe il primo passo per la creazione di una rete di servizi indispensabile», sottolinea Gabriella Salvini Porro, presidente Federazione Alzheimer Italia.

La Federazione Alzheimer Italia (rappresentate per l’Italia di ADI – Alzheimer’s Disease International) presenta oggi per la prima volta in Italia il nuovo Rapporto Mondiale Alzheimer 2014, intitolato “Demenza e riduzione del rischio: analisi dei fattori di protezione modificabili”.

«Il Rapporto Mondiale Alzheimer 2014 presenta una importante analisi critica dei potenziali fattori di rischio di demenza relativamente a quattro ambiti principali: evolutivo, psicologico e psicosociale, legato allo stile di vita e cardiovascolare», commenta Gabriella Salvini Porro, presidente Federazione Alzheimer Italia. «Inoltre, e prima di tutto, il Rapporto chiede che la demenza sia inserita nei Piani nazionali di salute pubblica al pari di altre importanti malattie non trasmissibili. In Italia il 27 giugno di quest’anno il Piano Demenze è stato presentato al Ministro della Salute Lorenzin. E il 14 novembre si terrà presso il Ministero la Conferenza Internazionale sulla Demenza cui partecipa anche la Federazione Alzheimer Italia. Auspico che il Piano entri in vigore al più presto per aiutare i malati e i loro familiari e rappresenti il primo passo per la creazione di una rete di servizi indispensabile».

Il Rapporto viene diffuso in occasione della XXI Giornata Mondiale Alzheimer, che si celebra il prossimo 21 settembre, durante il Mese Mondiale Alzheimer, campagna internazionale di sensibilizzazione per contrastare l’emarginazione sociale legata alla malattia. ADI (Alzheimer’s Disease International, federazione internazionale di 84 associazioni che si occupano di Alzheimer in tutto il mondo) ha commissionato la redazione del Rapporto a un gruppo di ricercatori guidati dal prof. Martin Prince del King’s College di Londra.

I fattori di rischio. Dal Rapporto emerge come il controllo di diabete e ipertensione e le misure per astenersi dal fumo e contenere il rischio cardiovascolare possano ridurre le probabilità di comparsa della demenza anche in una fase avanzata della vita. Indica inoltre che il diabete può aumentare il rischio di demenza del 50%. Obesità e scarsa attività fisica sono importanti fattori di rischio di diabete e ipertensione e, come tali, dovrebbero essere oggetto di attenzione. Il rischio cardiovascolare è in fase di miglioramento in molti Paesi ad alto reddito, ma in vari Paesi a reddito medio-basso si osserva una crescita dei fattori di rischio cardiovascolare, con un’incidenza crescente di diabete, cardiopatie e ictus. L’astinenza dal fumo risulta strettamente legato a una riduzione del rischio di demenza:  gli studi sull’incidenza della demenza tra soggetti dai 65 anni in su dimostrano che gli ex-fumatori presentano un rischio simile a chi non ha mai fumato, mentre per coloro che continuano a fumare il rischio risulta essere molto più elevato. Lo studio indica inoltre che i soggetti che hanno avuto migliori opportunità d’istruzione presentano un rischio di demenza più basso in età avanzata. Secondo lo studio l’istruzione sembrerebbe non avere alcun effetto sulle alterazioni cerebrali che portano alla demenza, ma che ne riducesse l’impatto sulle funzioni intellettive. L’evidenza suggerisce inoltre che chi arriva in età avanzata con un cervello meglio sviluppato e più sano abbia maggiori probabilità di vivere una vita più lunga, più felice e più autonoma e un rischio minore di demenza. È importante favorire la salute del cervello per tutta la vita, ma soprattutto nella parte centrale, in quanto le alterazioni cerebrali possono avere inizio anche alcuni decenni prima della comparsa dei sintomi.

L’importanza dei Piani nazionali. Lo studio sollecita inoltre ad includere maggiormente le persone anziane nei programmi per le malattie non trasmissibili, diffondendo il messaggio che non è mai troppo tardi per cambiare, in quanto il corso futuro dell’epidemia globale di demenza dipende soprattutto dal successo o dal fallimento dei tentativi di migliorare la salute pubblica globale in tutta la popolazione. Uno sforzo comune per affrontare il crescente onere delle malattie non trasmissibili è strategicamente importante, efficiente ed economicamente vantaggioso. L’adozione di uno stile di vita più sano rappresenta un passo positivo verso la prevenzione di varie patologie a lungo termine, quali cancro, cardiopatie, ictus e diabete.

L’indagine sulla conoscenza della popolazione in tema di riduzione del rischio di demenza. I dati di un’indagine diffusa da Bupa hanno tuttavia dimostrato che molte persone non hanno ben chiaro quali siano le cause e le azioni da intraprendere per tentare di ridurre il proprio rischio di demenza. Poco più di un sesto (17%) degli intervistati sanno che i rapporti sociali con amici e parenti può influire sul rischio. Solo un quarto (25%) ha riconosciuto il sovrappeso come possibile fattore di rischio e solo uno su cinque (23%) ha affermato che l’attività fisica può influire sul rischio di demenza e di perdita di memoria. Dall’indagine è inoltre emerso che più di due terzi (68%) degli intervistati nel mondo temono di contrarre la demenza in età avanzata.

Fonte: http://www.vita.it

Il cervello allenato compensa le placche dell’Alzheimer

Le placche amiloidi, gli ammassi proteici tipici della malattia di Alzheimer, possono essere aggirate dalle comunicazioni neuronali quando il cervello ha mantenuto una sufficiente plasticità anche nell’età avanzata. La scoperta è di un nuovo studio basato sulla risonanza magnetica funzionale, che ha mostrato aree di maggiore attivazione nel cervello di alcuni soggetti portatori di placche ma cognitivamente normali. Gli autori ipotizzano che la ragione sia l’abitudine ad affrontare attività stimolanti per il cervello.

Per quale motivo alcuni anziani con placche amiloidi, uno dei principali segni organici della malattia di Alzheimer, mantengono una funzionalità cognitiva normale, mentre altri sviluppano una forma di demenza? Lo hanno scoperto Jeremy A Elman del Lawerence Berkeley National Laboratory a Berkeley, in California e colleghi di altri istituti statunitensi: le scansioni di risonanza magnetica funzionale, la tecnica di imaging che permette di evidenziare le aree cerebrali che si attivano mentre un soggetto effettua determinati compiti, mostrano che il cervello è in grado di aggirare l’ostacolo delle placche, purché possa contare su un sufficiente livello di plasticità.

Lo studio, pubblicato su “Nature Neuroscience”, è stato condotto su 22 soggetti giovani e in salute e su 49 adulti più anziani senza segni di declino cognitivo. La risonanza magnetica funzionale ha mostrato che 16 soggetti, compresi nel secondo gruppo, avevano depositi amiloidi.

Gli autori hanno poi utilizzato la stessa tecnica di imaging per osservare l’attività cerebrale dei soggetti durante alcuni test in cui dovevano memorizzare immagini di varie scene e successivamente confermare se una serie di descrizioni scritte corrispondevano a quanto visto in precedenza. “I due gruppi si sono comportati in modo simile durante le prove, ma dalle scansioni è emerso un dato molto interessante in tutti i portatori di placche amiloidi: quanto più era difficoltoso il compito, più risultava incrementata l’attività cerebrale del soggetto”, ha spiegato William Jagust, che ha guidato lo studio. “Era come se il loro cervello avesse trovato un modo per compensare la presenza delle placche”. Ciò che rimane ancora da chiarire è perché altri soggetti con placche amiloidi non riescano a fare altrettanto. L’ipotesi più probabile, sostenuta dallo stesso Jagust, è che le persone abituate per tutta la vita ad attività cognitivamente stimolanti siano più capaci di adattarsi a un potenziale danno delle placche.

Fonte:www.lescienze.it

XXI Giornata Mondiale dell’Alzheimer

l prossimo 21 settembre si celebrerà la XXI Giornata Mondiale dell’Alzheimer. Vi segnaliamo l’evento gratuito “Malattia di Alzheimer e demenze correlate: attualità assistenziali e terapeutiche” che si terrà a Bari il 19-20 settembre p.v. presso Villa Romanazzi Carducci, via G. Capruzzi 326.

I Responsabili Scientifici: Badagliacca Francesco, Schino Pietro. Questi i contatti della segreteria organizzativa: 080.9905360 info@meeting-planner.it

Sangue “giovane” per curare la demenza

Al via i test di trasfusioni per vedere se si riesce a far “ringiovanire” il cervello.

Prenderà il via in autunno in California una sperimentazione clinica senza precedenti: all’inizio di ottobre alcuni malati di Alzheimer riceveranno una trasfusione di sangue da donatori giovani, under 30, per capire se ciò sia in grado di “ringiovanire” il loro cervello e curare i deficit cognitivi. 

A dare la notizia il magazine britannico New Scientist che riporta anche l’interesse italiano su questo fronte: Alessandro Laviano dell’Università La Sapienza di Roma pensa ad una sperimentazione clinica su pazienti oncologici riceventi trasfusioni, per osservare se l’età del donatore di sangue influisca in qualche modo sul recupero. Secondo Laviano, infatti, il sangue giovane contiene fattori che favoriscono il recupero muscolare di pazienti sottoposti a chemioterapia e questo li aiuta a guarire.

Lo studio californiano, che sarà allestito presso la Stanford University, prende le mosse da una serie di esperimenti, i primi iniziati negli anni ’50, in cui sangue di animali giovani veniva trasfuso ad animali anziani con conseguenti benefici.

Più di recente sono stati pubblicati diversi studi in cui si comincia a capire il segreto terapeutico del sangue giovane. In particolare è stata scoperta una molecola, il fattore “gfd11”, presente nel sangue giovane ma praticamente assente in quello di persone più anziane, in grado di riprodurre sugli animali anziani molti degli effetti delle trasfusioni. Il “gdf11” e altre molecole plasmatiche potrebbero divenire la base per un farmaco che mimi gli effetti della trasfusione di sangue giovane, con relativi interessi sia in campo medico, sia cosmetico.

Obesi a trenta o quarant’anni, candidati alla demenza da anziani

Il sovrappeso e l’obesità durante alcune età sono stati collegati a un triplicato rischio di sviluppare la demenza o l’Alzheimer in età avanzata. I risultati di uno studio che mette in guardia dall’accumulare chili di troppo.

A essere sovrappeso o, peggio, obesi si rischia molto. Tra i maggiori pericoli vi sono quelli di sviluppare una qualche malattia cardiovascolare, il diabete e anche il cancro. Ma a quanto pare, non finisce qui, perché secondo uno studio pubblicato sul Postgraduate Medical Journal l’essere obesi tra i 30 e i 40 anni espone anche al serio rischio di essere vittime di declino cognitivo, demenza e perfino l’Alzheimer più avanti negli anni.

Ed è proprio l’età in cui una persona è obesa a essere un fattore chiave per la demenza, ritengono i ricercatori. L’esserlo infatti intorno ai trent’anni può addirittura triplicare il rischio. Se dunque vi è ormai una crescente evidenza che l’obesità sia legata alla demenza, la ricerca indica che il rischio può essere accentuato o abbassato a seconda dell’età. Lo studio si presenta come il primo ad aver analizzato l’effetto dell’obesità in relazione all’età in cui si è sovrappeso e come questa abbia un impatto sul rischio più o meno alto di demenza.

Il prof. Michael J Goldacre, insieme a Clare J Wotton, dell’Università di Oxford ha esaminato i registri ospedalieri di tutta l’Inghilterra, relativi al periodo 1999-2011. Di questi, i ricercatori hanno raccolto i dati relativi alle diagnosi di obesità, e poi quelli che riguardavano le cure successive e correlate, quelli di morte – sempre correlati – e la demenza. Durante il periodo di studio, 451.232 dei pazienti ricoverati in ospedale hanno ricevuto una diagnosi di obesità, il 43% dei quali erano uomini.

I risultati dell’analisi hanno evidenziato che, tra coloro di età compresa tra i 30 e i 39 anni, il rischio relativo di sviluppare demenza era 3,5 volte superiore rispetto a quelli della stessa età che non erano obesi. Ma la sorpresa è stata che, con l’aumentare dell’età in cui la persona era diventata obesa, il rischio scendeva in percentuale. Per esempio, coloro che erano nella decade dei quarant’anni il rischio equivalente è sceso del 30% o più; per coloro che erano nella cinquantina il rischio scendeva del 50% o più e, infine, per quelli che erano nella decade dei sessant’anni il rischio era sceso del 60% o più. I più avvantaggiati, poi, erano gli anziani. Chi infatti era obeso a settant’anni non mostrava né un accentuazione del rischio – ma nemmeno una riduzione – e chi era negli ottant’anni si vedeva beneficiare addirittura di una riduzione del 22% del rischio di demenza.

Ma il rischio demenza dall’essere obesi può essere reso ancora più temibile da quello di sviluppare anche una terribile malattia come quella di Alzheimer. In questo caso, infatti, sempre tra coloro che erano obesi tra i 30 e i 40 anni, il rischio di demenza vascolare o Alzheimer era altrettanto evidente. Per contro, l’essere obesi tra i 40 e i 60 anni, sebbene aumentasse il rischio di demenza vascolare, riduceva quello di Alzheimer. Questi dunque i risultati finali che, però, sottolineano i ricercatori, derivano da uno studio osservazionale, per cui non si possono trarre conclusioni definitive circa una relazione di causa/effetto. Nonostante ciò, detti risultati confermano quelli di altri studi che mostrano un aumento del rischio di demenza nei giovani che sono obesi, ma un rischio ridotto nelle persone anziane obese.

Secondo i ricercatori, il motivo per cui le persone obese in età relativamente giovane sono più a rischio demenza e Alzheimer è dovuto all’impatto dell’obesità sulla salute cardiovascolare e in malattie come il diabete. Tutti questi fattori espongono proprio a un maggiore rischio di sviluppare la demenza negli anni a seguire. Chi, invece, era normopeso da più giovane, ma è diventato obeso nella vecchiaia, non ha messo in pericolo il sistema cardiocircolatorio: questo basterebbe per ridurre il rischio di demenza.