Qualità della vita delle persone con demenza. Alcuni consigli pratici.

consigli pratici

Un breve elenco di consigli pratici per migliorare la qualità di vita delle persone con demenza e delle persone che si occupano di loro.

  1. Più luce – Gli anziani hanno bisogno di molta più luce per vedere. Cercate di cambiare spesso le lampadine a risparmio energetico che perdono gradualmente la loro luminosità.
  2. Più acqua – Se una persona affetta da demenza è ricoverata in ospedale, è bene assicurarsi che una brocca d’acqua sia sempre a vista. Se la brocca d’acqua è trasparente, è opportuno usare un nastrino colorato, così da renderla più riconoscibile. In questo modo, si faciliterà l’idratazione e di conseguenza di ridurrà il rischio di delirio.
  3. Attenti all’altezza giusta – Avete sistemato dei segni o dei promemoria per casa? Ricordate di sistemarli ad un metro e venti d’altezza. Un metro e venti dal livello del pavimento è l’altezza giusta per lo sguardo verso il basso e la postura leggermente piegata delle persone anziane.
  4. Più caldo – Anche con temperature ragionevolmente calde, le persone anziane, spesso inattive, possono avere molto freddo. Lasciate a vista coperte e altri abiti pesanti e impostate da remoto la temperatura della stanza.
  5. Più esercizio – L’esercizio fisico riduce lo stress, l’agitazione e brucia i grassi in eccesso. Può essere inoltre occasione per aumentare i momenti di socialità. Anche portare a spasso il cane di un amico può fornire il pretesto per fare una passeggiata e stabile contatti sociali.
  6. Attenzione all’alimentazione – Spesso è necessario incoraggiare le persone affette da demenza a mangiare. Come fare? A volte anche i loro cibi preferiti non sono graditi e questo perchè, nel tempo, i gusti cambiano. I dolci, tuttavia, sono quelli a cui si rimane più affezionati. Potrebbe essere dunque una buona strategia cominciare a mangiare… dal dolce.

Alzheimer, scoperto ruolo chiave colesterolo nel cervello

colesterolo

(da Ansa dell’8 maggio 2018) – Il colesterolo ha un ruolo importante nell’esordio e nella progressione dell’Alzheimer, favorisce la formazione di aggregati tossici di molecole di beta-amiloide nel cervello. Lo indica uno studio di Michele Vendruscolo, dell’Università di Cambridge, sulla rivista Nature Chemistry.

E’ importante notare, però, che questo lavoro non associa direttamente l’ipercolesterolemia (colesterolo alto nel sangue dovuto a diete scorrette o ereditario) alla malattia di Alzheimer. “La nostra scoperta principale – spiega all’ANSA il ricercatore – è che il colesterolo gioca un ruolo centrale nell’aggregazione di beta-amiloide che impiegherebbe secoli ad aggregarsi spontaneamente nel cervello. Invece in presenza di colesterolo si aggrega molto più velocemente, generando la formazione di placche”. Il colesterolo è una componente importante delle membrane dei neuroni, e si trova – a concentrazione strettamente controllata – soprattutto sulle ‘vescicole sinaptiche’. Queste sono microscopiche ‘bolle’ che servono per il rilascio delle molecole di comunicazione del cervello (neurotrasmettitori); le molecole di beta-amiloide si concentrano in prossimità delle vescicole. In questo studio, spiega il ricercatore, si è visto che quando il controllo della concentrazione di colesterolo sulle membrane è per qualche motivo compromesso, per esempio dall’invecchiamento, l’eccesso di colesterolo può favorire l’aggregazione di beta-amiloide.

Il lavoro è potenzialmente importante anche perché spiega il ruolo di geni da tempo noti per influenzare il rischio di Alzheimer, come ApoE che è una componente centrale del meccanismo di controllo del colesterolo, e di beta amiloide. “Nelle prossime ricerche cercheremo di capire come intervenire sul metabolismo del colesterolo per mantenerlo a livelli normali. Speriamo così – conclude – di individuare nuovi target terapeutici per prevenire e rallentare la progressione dell’Alzheimer”.

Abbiamo bisogno di nuovi criteri per diagnosticare l’Alzheimer?

diagnosticare l'alzheimer

(da Focus,14 APRILE 2018 | CHIARA PALMERINI)

Quando il morbo di Alzheimer si manifesta con i suoi sintomi più caratteristici, come la perdita della memoria, la malattia ha già “lavorato” silenziosamente nel cervello per molti anni. E i farmaci che negli ultimi anni sono stati sperimentati per contrastare la malattia tutti, senza eccezione, falliscono. Colpa dei farmaci stessi, inutili? O colpa del fatto che vengano impegnati quando ormai la situazione è compromessa?

Secondo diversi esperti una delle cause dell’inefficacia dei farmaci per l’Alzheimer è proprio questa: vengono testati su pazienti che hanno ormai una malattia in uno stadio troppo avanzato. Per questo motivo, dopo gli ennesimi risultati negativi delle sperimentazioni, varie associazioni scientifiche e governative hanno proposto di cambiare i criteri per diagnosticare e classificare la malattia: la Alzheimer Association e il National Institute on Aging americano hanno invitato a fare riferimento a precise alterazioni biologiche e non, come avviene oggi, a valutazioni e test neuropsicologici.

ULTIMO TENTATIVO. Non è un cambiamento solo formale, come potrebbe apparire. L’obiettivo, in realtà, è fornire ai ricercatori degli indicatori oggettivi in base ai quali classificare la malattia all’interno degli studi clinici. Una specie di ultima spiaggia per capire se davvero la miriade di farmaci (oltre un centinaio) sperimentati e poi abbandonati perché non davano risultati, siano proprio inefficaci o non abbiano funzionato perché somministrati quando, all’apparire dei sintomi clinici, i danni al cervello dei pazienti erano ormai irreversibili.

Secondo una corrente di pensiero, c’è ragione di ritenere che, se somministrati agli inizi, i farmaci potrebbero essere più efficaci. Inoltre, una valutazione di questo genere, porterebbe a identificare meglio i casi veri di morbo di Alzheimer e a distinguerli da altre forme di demenze che costituiscono circa un terzo del totale.

PROTEINE ANOMALE. In base ai nuovi criteri, la diagnosi di Alzheimer dovrebbe essere fatta con particolari esami (tre, nello specifico) che vanno alla ricerca di segni di degenerazione. Uno è la ricerca nel liquido spinale di “biomarcatori”, la proteina beta amiloide e la proteina tau, che indicano la presenza nel cervello delle placche ritenute caratteristiche dell’Alzheimer.

Esiste anche secondo esame che ha lo stesso scopo, ma che impiega un meccanismo diverso: sostanze marcate con un tracciante radioattivo sono in grado di identificare le placche di beta amiloide nel cervello di pazienti senza sintomi sottoposti a Pet (tomografia a emissione di positroni).

Infine, l’imaging del cervello potrebbe evidenziare segni di atrofia in alcune aree, spesso associati al morbo. Tenendo conto di questi tre diversi fattori, e quantificandoli, potrebbe essere stimato anche il grado di avanzamento della malattia.

CONSEGUENZE INDESIDERATE. Il cambiamento dei criteri di classificazione della malattia consentirebbe di organizzare meglio i test clinici per valutare i farmaci, ma aprirebbe la strada a una serie di dilemmi inditi. Classificando la malattia in base ai marcatori biologici è infatti probabile che molte più persone si troverebbero con una diagnosi di Alzheimer.

Da una parte gli esperti sottolineano che gli esami previsti dalle le nuove linee guida riguarderebbero solo l’ambito della ricerca (e sarebbe troppo presto, oltre che inutile e costoso, utilizzarli nella normale pratica clinica).

D’altra parte, se le persone che si considerano a rischio iniziassero a richiederli al di fuori delle sperimentazioni, è facile immaginare che ci ritroveremmo con persone con una “diagnosi” di Alzheimer senza alcun sintomo. E senza terapie che possano prevenire o cambiare il corso della malattia.

A quarant’anni e soffro di vuoti di memoria. È l’inizio di una demenza?

inizio della demenza(dal Corriere della Sera del 18 marzo 2018, di Marco Trabucchi).

Sono un uomo di 40 anni con un lavoro impegnativo, purtroppo da un po’ ho frequenti vuoti di memoria: dimentico i nomi delle persone, gli indirizzi, scordo dove ho messo chiavi, occhiali, appunti. Perdo sciarpe e ombrelli. Si tratta di segnali che fanno pensare a un Alzheimer precoce o a una sicura demenza da anziano?

Risponde Marco Trabucchi, Presidente dell’Associazione Italiana di Psicogeriatria
Ognuno di noi è attentissimo nel monitorare le proprie capacità di ricordare; talvolta ci esaminiamo silenziosamente, con ansia, per misurare quanto ci ricordiamo di un evento, di una lettura, di un problema che avremmo dovuto affrontare. Nei momenti di difficoltà l’attenzione alla memoria diventa ancor più sollecita: abbiamo paura di perdere una delle funzioni che ci permette di andare avanti, con i piedi solidamente nel passato e la testa nel futuro. Di questa preoccupazione sono testimonianza realistica le conversazioni che avvengono spesso tra le persone, ma ancor più la continua richiesta da parte chi si rivolge al medico per essere rassicurato, rispetto a eventi marginali, che di rado rappresentano il sintomo di una malattia. Diverse sono le domande che vengono rivolte, alle quali si deve rispondere in modo preciso e non generico, se si vuole realmente aiutare l’interlocutore (non il «paziente», perché sarebbe un grave errore far entrare queste problematiche nel circuito degli interventi clinici, anche se, talvolta, esercitare un’azione rassicurante, riducendo timori e angosce, ha di per sé una funzione terapeutica).

Timore senza età
Non vi sono barriere di età rispetto alle preoccupazioni e alle ansie per la propria memoria; il quarantenne in carriera esprime angoscia per il timore di non poter continuare le proprie elevate performance lavorative; il settantenne chiede conferme rispetto al timore di essere alle soglie di una demenza. In questo ambito gli uomini esprimono maggiormente le loro paure rispetto alle donne anche se nella nostra cultura sono ancora abituati a reprimere le proprie emozioni e quindi anche a non richiedere supporto, contatto sociale, amicizia.

Fattori di rischio
Teniamo presente che vi sono poi alcuni fattori di rischio che più di altri dovrebbero richiamare l’attenzione. Un primo fattore di rilievo è la solitudine: chi si sente solo tende a ridurre progressivamente i rapporti con gli altri (all’interno di un circolo vizioso per cui solitudine produce solitudine) e quindi a polarizzare su se stesso gran parte dell’attenzione. Ed è ben noto che secondo la più recente produzione scientifica, la solitudine amenta il rischio di malattie e anche di demenza. È quindi necessario analizzare con attenzione la condizione di una persona ultrasettantenne che si sente sola, perché la dichiarazione di un disturbo di memoria può fondarsi sia sul desiderio di instaurare un rapporto con il medico, sia sul rischio realistico che stiano comparendo i primi segni di un deficit cognitivo clinicamente rilevante. Un altro fattore di rischio da non trascurare è la depressione, perché l’abbassamento del tono dell’umore esercita una duplice azione, come per la solitudine. Infatti, la riduzione di interesse per le vicende della vita porta ad una ridotta capacità di immagazzinare le informazioni che, quindi, non possono essere richiamate nel momento del bisogno. In altri casi, invece, la depressione è un vero e proprio fattore di rischio per la comparsa di una demenza o una condizione che ne accompagna l’evoluzione. Un terzo fattore di rischio, molto presente nelle età più giovani, è lo stress, indotto dal sovraccarico di lavoro, di responsabilità, di preoccupazioni per il futuro. L’impressione (soggettiva) di una riduzione della memoria è sempre motivo di ansia e non si quieta con rassicurazioni banali.

Demenza presenile: colpito solo l’1-2%
È necessario ricostruire le condizioni di vita che hanno indotto questa sofferenza soggettiva, per poi offrire a chi soffre una spiegazione razionale di quanto sta avvenendo. Si deve infine ricordare all’adulto che si interroga nel timore che i suoi «sintomi» (dimenticanza dei nomi delle persone, degli indirizzi, dei numeri di telefono, del posto dove si è lasciato il telefono) rappresentino un prodromo di demenza che la prevalenza della demenza in età presenile è solo dell’1-2% e si presenta all’interno di famiglie per la maggior parte già note per questa problematica.

Come affrontare la perdita di coordinazione e di manualità

Spesso ci accorgiamo di quanto sia difficile per il malato di demenza far entrare un bottone in un’asola, girare un interruttore, raccogliere qualcosa e persino camminare. Questo genere di problemi è noto con il nome di “aprassia”. Le difficoltà di coordinazione e di manipolazione degli oggetti hanno ripercussioni sulla vita quotidiana, rendendo complicate le attività più comuni come vestirsi e lavarsi. In certi casi, il malato di demenza perde completamente la capacità di stare in piedi o di camminare, per quanto non sia fisicamente menomato. Questo succede perché, sebbene non sia successo nulla alle braccia, alle mani e alle gambe, il cervello non riesce più a trasmettere alla periferia i messaggi appropriati.
Talvolta non è semplice capire se sia proprio questa la causa del problema, piuttosto che la perdita di memoria o lo stato confusionale. Pur non conoscendo con sicurezza quale ne sia la causa, si può offrire un’assistenza mirata, evitando forse che si verifichino ulteriori problemi.

Come affrontare la perdita di coordinazione e di manualità
Cercare di fornire assistenza, senza rendere il malato dipendente
Talvolta il malato di demenza desidera essere aiutato. È possibile fornirgli un’assistenza materiale, come quella di dividere un’operazione in diverse fasi o eseguirne una parte noi stessi. Dobbiamo stare attenti, tuttavia, a non sostituirci al malato, perché questo potrebbe portarlo alla perdita di motivazione. Alcuni pensano che le persone abbiano acquisito con gli anni un certo automatismo. In tal caso può essere sufficiente guidare la mano del malato o dargli l’avvio. Se sembra che il malato abbia perso la capacità di camminare e di stare in piedi, può essere invece necessario un aiuto fisico, facendo però attenzione a evitare sforzi eccessivi. Una sedia a rotelle a volte è la miglior soluzione del problema.

Garantire un’atmosfera rilassata e concedere al malato tutto il tempo necessario
A volte ci accorgiamo che il malato si sforza di fare qualcosa e desidera collaborare. Forse ha soltanto bisogno di un po’ di tempo in più. Se avverte di essere sotto pressione perché faccia le cose in fretta, è probabile che si senta stressato ed è più facile che sbagli.

Rassicurarlo, se si sente incapace e maldestro
I malati di demenza sono spesso consapevoli delle difficoltà che stanno attraversando. A parte la frustrazione di non riuscire a svolgere un determinato compito, è possibile che provino imbarazzo per il loro insuccesso e si sentano goffi e incapaci. Se poi sono presenti altre persone, il senso di disagio può essere ancora maggiore. Di conseguenza, talvolta cercano di nascondere le proprie difficoltà sottraendosi ad un compito o astenendosi da un’attività. Dobbiamo evitare, pertanto, di creare situazioni che portino a un probabile fallimento o imbarazzo.

(da www.alzheimer.it)

Come affrontare i problemi dell’igiene personale

Come affrontare i problemi dell'igiene personaleDa Alzheimer Italia. Alcune semplici regole per chi assiste il malato di Alzheimer

Rispettare il bisogno di privacy e la dignità del malato
Rimanere presenti mentre il malato si lava, sia per semplice sorveglianza che per dargli aiuto, può essere fonte di stress e di imbarazzo. La maggior parte delle persone si sono lavate da sole fin dall’infanzia e per tutta la vita e troveranno quindi difficile accettare la nostra presenza durante tale operazione. Il livello di imbarazzo dipende dal tipo di rapporto, dal sesso e dall’entità dell’aiuto richiesto. Il malato proverà forse minor imbarazzo in un contesto di tipo ospedaliero, per cui sarà possibile alleviare parte del suo disagio facendolo aiutare da un’infermiera. Oppure, se il malato frequenta un centro diurno, possiamo fare in modo che il personale si incarichi di farlo lavare. Se il malato è ancora in grado di fare il bagno o la doccia da solo, è un’utile precauzione quella di togliere la chiave del bagno; altrimenti potrebbe chiudersi dentro e poi non ricordare più come aprire o non riuscirvi, il che lo metterebbe in una condizione di panico. Inoltre, se dovesse avere un malore mentre è nella vasca, addormentarsi o semplicemente dimenticarsi di uscire, sarebbe difficile soccorrerlo. Per rispettare la sua privacy, si potrebbe far mettere un segnale sulla porta che indichi quando il bagno è occupato.

Garantire l’assistenza necessaria senza privare il malato dell’indipendenza
L’assistenza varia in funzione del livello di comprensione e delle capacità residue. Per esempio, possiamo lasciare che la persona si lavi da sola, facendoci avanti solo quando è necessario, oppure possiamo spiegarle o farle vedere passo passo che cosa deve fare. Se possibile, è bene lasciare che cominci e finisca le operazioni da sola, subentrando o dando aiuto solo quando è necessario. Se è ancora in grado di capire immagini o scritte, possiamo aiutarci con annotazioni o disegni che servano da promemoria. Un’altra possibilità è quella di fare tutti i preparativi e lasciare poi che il malato si lavi da solo (ad es. preparare gli indumenti puliti, riempire d’acqua la vasca, preriscaldare la stanza, mettere in mostra asciugamano, shampoo e sapone, ecc.).

Adottare accorgimenti che diano sicurezza
Alcuni malati possono avere paura di fare il bagno e preferiscono non essere lasciati soli. La paura è di solito associata alla temperatura e alla profondità dell’acqua o al pericolo di cadere. Poiché gli anziani sono più sensibili alle temperature estreme, può darsi che il nostro malato trovi l’acqua troppo calda e la stanza troppo fredda; bisogna perciò tenerlo presente quando si prepara la vasca e la stanza. La preoccupazione di cadere può essere meno forte se teniamo il livello dell’acqua più basso e mettiamo un tappetino antiscivolo nella vasca. L’uso di un bagno-schiuma o di un tappetino colorato può rendere più facile giudicare la profondità dell’acqua, ma attenzione che il colore del tappetino non sia troppo scuro, altrimenti potrebbe dare l’idea di un buco. A volte è sufficiente aiutare il malato ad entrare e uscire dalla vasca, lasciando poi che faccia il bagno da solo.

Rispettare le abitudini del malato
La doccia può essere una buona alternativa se il malato si rifiuta di fare il bagno. Può darsi infatti che nel corso degli anni egli abbia seguito un certo tipo di routine (ad es. fare la doccia durante la settimana e il bagno soltanto il sabato). È probabile che non ci sia motivo di imporre una diversa routine. Per alcuni malati è più facile fare il bagno che la doccia, per altri è il contrario. Alcuni trovano difficile entrare e uscire dalla vasca, per altri la doccia è motivo di ansia. Se comunque fare il bagno o la doccia comporta troppi problemi, è necessario limitarsi a una pulizia “asciutta”.

Fare in modo che il bagno diventi una cosa piacevole
È importante che si cerchi di rendere l’operazione del lavarsi il più gradevole possibile. Questo non può succedere se la stanza è fredda e poco confortevole, o se il malato si sente forzato, imbarazzato, trattato come un bambino, impaurito o sgridato. Anche se è importante assicurarsi che si lavi bene e regolarmente, fare il bagno non deve diventare un tormento. Come chiunque altro, i malati apprezzano un buon profumo, il talco, il bagnoschiuma, la musica, ecc.

La rasatura
I malati di demenza hanno talvolta difficoltà a radersi. Tuttavia, questo dipende da come sono abituati: quelli che usano un rasoio tradizionale possono rischiare di tagliarsi. Una possibile soluzione è quella di sorvegliare il malato mentre si rade oppure di provvedere alla rasatura in vece sua. Bisogna però rendersi conto che così facendo gli si toglie una parte di indipendenza. Una soluzione alternativa sarebbe quella di convincerlo ad usare un rasoio elettrico. Incoraggiarlo a radersi tutti i giorni è importante non soltanto per prolungare la sua indipendenza, ma anche per mantenere vivo in lui l’interesse per il proprio aspetto e di conseguenza a tenergli alto il morale. Se il problema diventa insormontabile, può essere conveniente incoraggiarlo a farsi crescere la barba.

Lo shampoo e il taglio
Oltre a mantenere i capelli puliti e in ordine, una pettinatura ben curata può anche contribuire a mantenere l’autostima. Perciò, andare ogni tanto dal parrucchiere o farlo venire in casa può essere una buona idea. Il modo migliore per lavare i capelli ad una persona malata è forse quello di fare come faceva lei in passato, assicurandosi che non le sia disagevole né penoso. Un buon sistema è quello di usare il telefono della doccia; saltuariamente si può ricorrere a uno shampoo secco. Se è problematico lavarle i capelli quando fa il bagno, può essere utile fare le due cose separatamente. Una taglio corto è generalmente più facile da gestire.

Le unghie
I malati di demenza trovano spesso difficile tagliarsi le unghie dei piedi e delle mani: a volte non riescono a farlo, altre volte semplicemente si dimenticano. È bene accertarsi che questo venga fatto, perché le unghie dei piedi non tagliate possono causare problemi. Alcuni malati apprezzano un buon manicure e per le donne in particolare può essere piacevole avere le unghie ben curate.

Creare in bagno un ambiente sicuro
È bene fissare delle maniglie per tenersi in vari punti del bagno, in modo che il malato possa spostarsi facilmente ed entrare e uscire dalla vasca. Può essere utile avere nella vasca un sedile e un dispositivo per la doccia, in modo che egli possa sedersi e fare la doccia. Si può anche mettere una sedia nella doccia, se per il malato è difficile rimanere in piedi, oppure è insicuro e rischia di scivolare. Per evitare questo pericolo, bisogna assicurarsi che tutti i tappeti del bagno siano ben fissati. È buona norma togliere dal bagno tutti gli oggetti non necessari, che possono contribuire alla confusione o essere usati impropriamente. Gli articoli di cui il malato ha bisogno o che desidera usare si metteranno in bella mostra, oppure gli verranno consegnati al momento opportuno.

Esagerare con l’alcol aumenta il rischio di Alzheimer

dal Corriere della Sera. Di Cristina Marrone

alcolBere tanto e spesso può aumentare il rischio di sviluppare demenze e Alzheimer. Il legame è stato dimostrato in un grande studio pubblicato su Lancet Pubblic Health da un team internazionale di ricercatori franco-canadesi che hanno analizzato le abitudini e lo stato di salute di oltre un milione di francesi ricoverati tra il 2008 e il 2013 .

Il rischio di demenza precoce
Più di un terzo, il 39% dei 57.000 casi di demenza precoce (diagnosticata prima dei 65 anni) sono risultati direttamente correlati al consumo di alcol e complessivamente è emerso che le persone alcolizzate hanno un rischio di tre volte più alto di sviluppare qualunque tipo di demenza . La dottoressa Sara Imarisio, responsabile della ricerca presso l’Alzheimer’s Research in Gran Bretagna intervistata dal Guardian ha spiegato: «Lo studio ha esaminato solo persone ricoverate per alcolismo e per questo non rivela con completezza il legame tra consumo di alcol e rischio di demenza. Ricerche precedenti hanno comunque rilevato che anche un consumo moderato di alcolici può avere un impatto negativo sulla salute del cervello e le persone non devono pensare che solo bere fino a finire in ospedale comporti un rischio».

I fattori di rischio oltre all’alcol
Secondo i ricercatori che hanno condotto lo studio i disturbi legati all’alcol sono stati un importante fattore di rischio per l’insorgenza di tutti i tipi di demenza, in particolare di quella a esordio precoce e suggeriscono che lo screening sul consumo di alcol dovrebbe rientrare nelle normali cure mediche. Ma quali sono i punti di contatto tra alcol e demenza? Certamente il danno cerebrale causato dall’alcol. Ma chi beve spesso fuma, ha il diabete, è iperteso, tutti fattori di rischio per le demenze. Infine chi soffre di alcolismo ha spesso patologie psichiatriche, anche queste legate a un maggior rischio di demenza.

La neurotossicità dell’alcol
«Da tempo sappiamo che l’alcol è neurotossico, la carenza di tiamina negli alcolisti devasta la memoria e condizioni legate all’alcol come la cirrosi e l’epilessia possono danneggiare il cervello. Ma anche il consumo eccessivo di alcol, vediamo ora, è un importante fattore di rischio di demenza» ha commentato Robert Howard, professore di psichiatria geriatrica alla College University di londra.

Il danno al cervello è irreversibile
Lo studio però non ha analizzato gli effetti sulla demenza dei bevitori moderati anche se la ricerca ha dimostrato che il danno fatto a cervello dall’alcol è irreversibile. I bevitori accaniti che per un certo periodo avevano rinunciato all’alcol non hanno ridotto il rischio di demenza, anche se avevano meno probabilità di morire presto. «È sorprendente che il livello del rischio di demenza dei forti bevitori sia più o meno lo stesso in coloro che per un certo periodo hanno smesso di bere» ha dichiarato l’autore principale dello studio , il dott. Michaël Schwarzinger della Translational Health Economics Network in Francia . Tutto questo è comunque in linea con un altro studio pubblicato sul British Medical Journal l’anno scorso che ha evidenziato come coloro che hanno bevuto 14-21 bicchieri di vino alla settimana hanno sviluppato un rischio di tre volte superiore di danneggiare la parte del cervello interessata alla memoria.

Gli altri studi
Sul tema però non c’è sufficiente chiarezza nel mondo scientifico perché recentemente uno studio (su topi) dell’Università di Rochester Medical Center (URMC) pubblicato su Scientific Reports ha evidenziato come bere due bicchieri di vino al giorno (quindi consumo moderato). non solo riduce il rischio di malattie cardiovascolari e tumori, ma sarebbe protettivo dell’Alzheimer e del declino cognitivo. In precedenza un altro studio dell’Università di Valencia e pubblicato sul Journal of Alzheimer’s Disease aveva concluso che l’alcol protegge dall’Alzheimer, soprattutto tra donne e non fumatori che bevono in modo leggero e moderato. Certo in questi casi il consumo era moderato, ma resta la confusione. Per Michaël Schwarzinger però si trattava di piccoli studi e conferma che l’alcol è devastante per l’uomo: «Bere fa male al fegato, al cuore e alle reni. Ora possiamo aggiungere alla lista anche il cervello»

Musicoterapia contro le demenze, funziona ma ancora poco diffusa

Musicoterapia demenza

LA MUSICA, ascoltata, suonata o cantata rappresenta uno strumento terapeutico anche nelle demenze. Ma questa opportunità non è ancora esplorata appieno. Uno studio inglese, infatti, condotto dal think tank dell’International Longevity Centre e dall’ente di beneficenza Utley Foundation, fa vedere come la musicoterapia – che va dall’ascolto a diverse forme di interazione musicale del paziente – non sia sfruttata al massimo delle sue potenzialità. In base ai dati dello studio, infatti, nel Regno Unito soltanto il 5% delle case di cura con persone affette da demenza fornisce un accesso adeguato a musica ed arte. Un dato che secondo l’esperto di musicoterapia Marco Iosa, della Fondazione Santa Lucia, ricalca verosimilmente anche la situazione italiana. Nonostante una mole crescente di ricerche e progetti indichino la validità di queste terapie per aiutare la memoria e ridurre l’agitazione associata alla demenza.

I BENEFICI
Dall’analisi effettuata nello studio emerge che le aree cerebrali associate alla memoria musicale subiscono un danno minore rispetto ad altre zone associate alla memoria. Così, anche pazienti con una grave compromissione delle aree cerebrali riescono comunque a godere delle melodie e a trarne giovamento, sia a livello cognitivo che psicologico. “Così – spiega Iosa, ricercatore in neurofisiologia alla Fondazione Santa Lucia IRCCS – mediante la musicoterapia, nel paziente con demenza che ha perso buona parte dei suoi ricordi, si potenzia la memoria sfruttando un percorso cerebrale alternativo rispetto a quello più tradizionale”. Il percorso è quello delle aree cerebrali associate alla memoria musicale, che ad esempio nell’Alzheimer risultano maggiormente preservate. Tramite lo stesso meccanismo, prosegue l’esperto, anche il linguaggio e la capacità di articolare il discorso può trarre beneficio dall’ascolto di canzoni care al paziente, che ad esempio possono contenere parole o espressioni a lui familiari, che lui può ripetere con maggiore facilità. “Addirittura – spiega Iosa – in assenza di patologie, la capacità di suonare uno strumento sembra rappresentare un fattore prognostico positivo associato ad un minor rischio di sviluppare queste malattie”. Così, imparare a suonare uno strumento, fin da giovani o anche all’esordio della demenza – diventano armi contro il deterioramento cognitivo in età avanzata.

Ma non solo la sfera cognitiva trae beneficio della musicoterapia. “Questi interventi – spiega Iosa – agiscono anche su aspetti psicopatologici associati alle demenze, riducendo stati di depressione e ansia, nonché l’agitazione sperimentata dal paziente”. Le demenze, infatti, sono spesso accompagnate da sintomi racchiusi nella sigla Bpsd (Behavioural and psychological symptoms of dementia), che includono anche comportamenti aggressivi, vocalizzazione anomala e forte agitazione. In questo caso, aggiunge il ricercatore, la musica ha una funzione, proprio come un farmaco, di stabilizzatore umorale, favorendo anche una migliore interazione sociale del paziente.

UN PROGETTO ITALIANO
Se nel Regno Unito solo 5 pazienti con demenza su 100 hanno un buon accesso alla musica e all’arte, in Italia la situazione è probabilmente simile, secondo Iosa. “La musicoterapia – spiega il ricercatore – ha ha dato prova di essere efficace in diverse patologie, tuttavia mancano ancora altri studi strutturati sull’impatto di questi trattamenti nelle varie malattie”. La mancanza di linee guida e indicazioni istituzionali rispetto all’uso della musicoterapia, prosegue Iosa, pone ancora un freno all’uso di questo strumento.

MUSICA ANCHE PER LE ALTRE MALATTIE
Tuttavia, vi sono alcuni progetti che sfruttano la musicoterapia in diverse malattie, non solo nelle demenze. “Nei pazienti che hanno avuto un ictus – illustra Iosa – proponiamo l’ascolto di brani e l’interazione del paziente che ha un danno cognitivo-motorio”. Si tratta di un progetto, coordinato dal professor Alfredo Raglio, chiamato Sonic Hand e realizzato dalla Fondazione Maugeri di Pavia insieme alla Fondazione Santa Lucia. In questo caso il musicoterapeuta può essere un fisioterapista con una specializzazione in musicoterapia. La melodia, la velocità, l’intensità e il ritmo della musica vengono modulate in base a come il paziente muove la mano, spiega Iosa. “In pratica – chiarisce l’esperto – un sensore registra i movimenti della mano e produce suoni che si possono associare a questi movimenti. Ad esempio, se il paziente apre la mano si sente un suono che via via aumenta in volume, mentre se vengono mosse le dita viene riprodotto un suono che somiglia allo strimpellio della chitarra”. In questo modo, illustra il ricercatore, si seguono e potenziano le capacità cognitivo-motorie del paziente, che ad ogni movimento della mano riceve un rinforzo positivo. “E questo è molto importante – conclude il ricercatore – dato che così la persona risulta più partecipe durante la sua riabilitazione e cognitivamente coinvolta nella sua riabilitazione”. Insomma, utilizzare interventi terapeutici basati sulla musica diventa una risorsa sia per il paziente che per il terapeuta.

(da Corriere Salute – di Viola Rita – http://bit.ly/2E7YwwD)